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Tendenze La mossa del cavallo per vincere con Amazon

mossa del cavallo per vincere con Amazon

Perché il marketplace non premia i brand ma le aziende che ne comprendono davvero le regole.

Le aziende ritengono che avvicinarsi all’online e ad Amazon sia un’esigenza che nasce dalla paura di essere esclusi. In genere non si parte con un piano preciso, spesso si conosce poco l’online, meno il marketplace, ancor meno le implicazioni interne che lavorare con Amazon comporta a livello di struttura e di organizzazione.

Questo è il punto di partenza reale, e vale la pena dirlo senza giri di parole. L’online — e Amazon in particolare — viene percepito dalle aziende come una necessità prima ancora che come un’opportunità strategica. “Gli altri ci sono, i concorrenti ci sono, i clienti comprano lì”: la spinta è quindi quella di non restare fuori da un mercato che cresce.

Si tratta di un punto di partenza sbagliato, anche se nessuna azienda lo vive come un errore: anzi, spesso viene considerato una risposta razionale a un contesto che cambia rapidamente. La soluzione che viene quindi individuata è quella della vetrina.

Amazon non è una vetrina, è un sistema

Il problema è che pensare ad Amazon come a una vetrina è certamente il modello mentale più diffuso, ma anche il più sbagliato che esista. Una vetrina è passiva: la allestisci, la illumini, aspetti che la gente passi e guardi.

Intendiamoci: Amazon è “anche” una vetrina. Ma non può essere soltanto quello. È un ecosistema con sue logiche, i suoi premi e i suoi oneri. Chi lo usa come semplice canale espositivo ottiene esposizione — non necessariamente vendita. E nel tempo, non ottiene più neanche quella.

In realtà Amazon è un sistema vivo, che legge ogni tua azione in tempo reale e decide — attraverso il suo algoritmo — se meriti di esistere o no.

Se entri con la mentalità della vetrina, ti ritrovi presto in una posizione paradossale: sei tecnicamente presente, ma non vendi.

Hai caricato i prodotti, hai fatto le foto, hai scritto una descrizione decente — e non succede niente. E la prima reazione è “Amazon non funziona per noi.” Quando invece il problema è che tu non stai funzionando per Amazon.

Un corretto approccio all’uso di Amazon

Nei primi anni dell’e-commerce di massa, entrare su Amazon significava davvero guadagnare visibilità — e in alcuni casi bastava quello. Ma il mercato è maturato. La piattaforma si è fatta più complessa, più competitiva, più algoritmica.

Oggi è necessario capire cosa vuole la piattaforma prima di chiederle quello che vuoi tu.

Amazon ha un obiettivo chiarissimo: massimizzare la soddisfazione del cliente finale e — di conseguenza — la propria marginalità. Tutto il resto è strumentale a questo.

L’algoritmo non ha simpatie, non ha memoria storica, non si commuove per il fatto che sei in mercato da trent’anni. Premia chi converte, chi ha recensioni solide, chi mantiene l’inventario, chi risponde ai clienti. Se non fai queste cose, non esisti per l’algoritmo, indipendentemente da quanto sia buono il tuo prodotto.

Questo è il primo cambio di mentalità necessario: smettere di chiedersi come mi faccio vedere e iniziare a chiedersi cosa chiede questo sistema e se sono disposto a darglielo.

Faccio un esempio concreto. Il listing — titolo, bullet point, immagini, descrizione — non è un’attività di marketing nel senso tradizionale. È un’attività algoritmica. Un titolo mal costruito non viene penalizzato perché è brutto: viene semplicemente ignorato dai motori di ricerca interni di Amazon.

Un’immagine principale che non rispetta determinati standard tecnici abbassa la conversion rate, e una conversion rate bassa abbassa il ranking organico, e un ranking organico basso ti costringe a comprare visibilità con l’advertising, aumentando i costi. È una catena. E ogni anello debole della catena ha un costo reale.

Le regole del gioco

Se non si studiano e si seguono con cura le regole del gioco le cose non funzionano. I primi segnali non tardano a manifestarsi ma spesso vengono letti male: le vendite non decollano e si dice “Amazon non funziona per noi.” Il ranking scende e si dice “troppa concorrenza.” I margini si erodono e si dice “il mercato online è così.” In realtà, in tutti questi casi, il problema è quasi sempre a monte: non si è fatta propria la grammatica della piattaforma.

Un’analisi pubblicata da TEN DiyandGarden mostra che su Amazon l’1,6% dei seller genera la metà del fatturato dell’intero marketplace. È un numero che parla da solo.

Non siamo di fronte a un mercato in cui tutti possono coesistere in modo equilibrato: siamo di fronte a una selezione naturale, continua, silenziosa. A fare la differenza non è la dimensione dell’azienda, non è la storia del brand, non è nemmeno necessariamente la qualità del prodotto. È la capacità di fare proprie le regole del gioco.

L’algoritmo non ha simpatie. Non ricorda che sei sul mercato da trent’anni. Non premia la fedeltà. Premia la performance: chi converte, chi mantiene l’inventario, chi gestisce la reputazione, chi investe in modo strutturato nella visibilità.

Chi non lo fa, esce. Non per una decisione di Amazon, ma per effetto di una selezione che è prima di tutto del consumatore, e di conseguenza della piattaforma.

Capire i costi

Una volta assodate e assorbite le regole del gioco il secondo grande shock per le aziende che entrano su Amazon pensando di aver trovato un canale a bassa barriera d’ingresso.

Le commissioni ci sono, sono significative, variano per categoria. Il programma FBA ha i suoi costi di stoccaggio e fulfillment. L’advertising — e qui molti si sorprendono — non è facoltativo se vuoi essere competitivo in categorie anche minimamente affollate.

La visibilità organica si conquista nel tempo, con performance costanti. Nel breve periodo, senza PPC strutturato, semplicemente non appari.

Ho visto aziende che entravano su Amazon con l’aspettativa di margini simili a quelli del canale diretto o della distribuzione tradizionale. Non funziona così. Amazon ha una sua logica economica e devi costruire il tuo modello di business intorno ad essa, non il contrario. Chi non lo fa si ritrova a vendere in perdita senza capire perché.

Quando offline e online si azzuffano

Una volta risolti i problemi strategici legati all’avvicinamento ad Amazon non bisogna trascurare, sin dai primi momenti, le possibili frizioni che si vengono a creare all’interno dell’azienda.

Sto parlando della inevitabile tensione interna tra chi gestisce i canali offline e chi gestisce l’online. È una dinamica che ho visto ripetersi molte volte.

Il responsabile commerciale tradizionale vede nel marketplace un canale che rischia di cannibalizzare la rete distributiva esistente, fare dumping di prezzo, confondere il posizionamento. Il responsabile e-commerce vuole crescere, ottimizzare, investire. I due non parlano la stessa lingua, e il brand nel mezzo perde coerenza.

La risposta più immediata — e spesso la prima che si trova — è la differenziazione di gamma: prodotti diversi per il canale online e per quello offline. Nel breve periodo funziona. Evita le frizioni interne, mantiene un equilibrio, riduce i conflitti di canale, ma nel lungo periodo rischia di indebolire il brand.

Dividere la gamma significa dividere l’identità. Il consumatore che trova su Amazon un prodotto diverso da quello che vede in negozio inizia a percepire una frammentazione di qualità, di messaggio, di valore. E il brand, che dovrebbe essere l’asset più solido, diventa incoerente proprio nel momento in cui i canali si moltiplicano.

Il problema di fondo è culturale prima che operativo. Quello che manca, nella maggior parte dei casi, è una vera predisposizione aziendale all’omnicanalità.

Non basta avere un team ecommerce e un team commerciale che lavorano in parallelo: serve una visione integrata, in cui il cliente — non il canale — è al centro. Fino a quando online e offline vengono gestiti come mondi separati, con obiettivi separati e logiche separate, il risultato è sempre lo stesso: si massimizza lo sforzo e si minimizza il risultato.

Si può “gestire” Amazon, o si finisce sempre per essere gestiti?

Si fanno entrambe le cose. Contemporaneamente. E chi lo capisce ha già fatto metà del lavoro.

Gestisci Amazon quando presidi il listing, quando strutturi il PPC, quando costruisci la reputazione recensione dopo recensione, quando mantieni la coerenza di prezzo e di gamma, quando leggi i dati e correggi la rotta. Ti fai gestire da Amazon quando accetti che le sue regole cambino, che l’algoritmo si aggiorni, che nuovi competitor entrino da mercati che non avevi previsto. E questo è inevitabile — non è una sconfitta, è la natura della piattaforma.

La maturità nel rapporto con Amazon non sta nell’illusione del controllo totale. Sta nel sapere dove vuoi tenere le leva in mano e dove, invece, puoi permetterti di delegare. Chi costruisce questa consapevolezza — lentamente, attraverso la sperimentazione e l’esperienza diretta — trasforma Amazon da necessità in vantaggio. Gli altri restano dov’erano: presenti, ma non protagonisti.

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