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Comunicazione Influencer e creator, pianificati per esserci o per vendere?

volto di giovane influencer intorno a tanti loghi

Il fenomeno degli influencer in Italia, inteso come l’ecosistema di content creator attivi sui social e coinvolti da brand e aziende nei piani di comunicazione, ha ormai raggiunto dimensioni industriali e una diffusione molto ampia, con implicazioni sia per il marketing delle aziende, che per chi opera nei media e nella pubblicità digitale.


Le stime più aggiornate indicano che in Italia ci sono circa 37.700 influencer, ovvero content creator che esercitano attività di comunicazione digitale con rilevanza commerciale. Alcune ricerche, tra cui Eurispes, includono nel conteggio anche chi opera a livello amatoriale, pur ottenendo dalle aziende prodotti a titolo gratuito: in questo caso la cifra si avvicina ai 2 milioni di individui.

In realtà quando si parla di rilevanza commerciale si deve considerare che, nonostante la percezione di guadagni altissimi, generata da influencer di grande rilevanza (come per esempio: Khaby Lame, Chiara Ferragni, Gianluca Vacchi), secondo lo studio europeo Creator Economy 2025 realizzato da Kolsquare, società francese specializzata in influencer marketing, il 74% dei creator italiani ha dichiarato di guadagnare meno di 5.000 euro al mese, con il 35% che si ferma sotto i 1.000 euro al mese. Solo il 13% si assicura un guadagno superiore ai 5.000 euro al mese. Il totale fatturato dei creator nel 2025 è stimato intorno ai 380 milioni di euro.

Non si vive di soli social

Di questo giro d’affari, quantificato sulla base dei guadagni stimati degli influencer, solo una percentuale compresa tra il 5% e il15% proviene da una monetizzazione diretta dai canali social utilizzati per diffondere i contenuti.

Si pensi che social come TikTok e Instagram pagano i creator cifre comprese tra 1 e 10 centesimi ogni 1.000 view; va un pochino meglio con Facebook, che paga dai 10 ai 30 centesimi ogni 1.000 view. Per guadagnare qualche soldo in più i creator devono programmare filmati lunghi, superiori ai 3 minuti, su Facebook oppure affigliarsi ad AdSense ospitando nei filmati i messaggi pubblicitari programmati da Youtube.

A conti fatti chi guadagna cifre minimamente soddisfacenti con i social sono i creator che riescono a raccogliere milioni di visualizzazioni per ogni contenuto postato. Impresa tutt’altro che semplice. Per tutti gli altri è aperta la caccia ai budget delle aziende.

Per poter emergere nell’oceano di influencer ed essere presi in considerazione dagli uffici marketing delle aziende occorre avere riscontri statistici il più alti possibile (compatibilmente con il settore in cui si opera: la cucina avrà sempre dati più importanti rispetto, per esempio, al bricolage). Parliamo di numero di follower, di visualizzazioni e di engagement (mi piace, cuoricini, commenti, pollicioni, ecc.).

Tutto ciò considerato è nella natura delle cose lo sviluppo di un mercato sotterraneo che vende follower ed engagment a buon prezzo, ma totalmente falsi e quindi assolutamente inefficaci sul fronte della comunicazione e della pubblicità.

Come identificare gli influencer che per ingigantire i numeri comprano follower e visualizzazioni?

Individuare influencer o content creator che gonfiano artificialmente follower, visualizzazioni e interazioni dovrebbe essere oggi una competenza chiave per brand, agenzie e uffici marketing.

L’acquisto di follower e view — tramite bot, click-farm o network di engagement artificiale — lascia quasi sempre tracce misurabili nei dati. Incrociando analisi quantitative, pattern comportamentali e strumenti professionali è possibile ridurre in modo significativo il rischio di investimenti inefficaci.

Il primo campanello d’allarme è l’andamento storico del profilo. Crescite improvvise e verticali di follower in pochi giorni, senza corrispondenza con contenuti virali o apparizioni mediatiche, sono sospette.

Allo stesso modo, forti cali successivi indicano spesso pulizie automatiche delle piattaforme.

Oltre ad una verifica sistematica delle pagine degli influencer sponsorizzati, con il controllo dei numeri che appaiono per ogni contenuto, esistono in rete servizi di audit (come HypeAuditor o Modash) che permettono di visualizzare curve di crescita nel tempo e segnalare pattern anomali.

Un secondo indicatore è il rapporto tra follower e interazioni. Un profilo con centinaia di migliaia di follower ma poche decine di like o commenti per post, mostra un engagement rate innaturalmente basso.

In linea generale — con forti variazioni per piattaforma e settore — micro-influencer autentici hanno spesso tassi di interazione più alti dei macro-creator. Se il dato è sistematicamente inferiore ai benchmark di categoria, è opportuno approfondire.

Anche la qualità delle interazioni conta più del volume. Commenti generici, ripetitivi (“Nice pic” ed emoji a raffica), pubblicati in grande quantità nei primi minuti dopo l’uscita di un post, sono tipici di network automatici o gruppi di scambio engagement.

Alcuni tool di audit analizzano proprio la semantica e la ricorrenza dei commenti, oltre alla percentuale di account sospetti tra chi interagisce.

Un altro segnale riguarda la composizione geografica dell’audience. Un creator che dichiara di rivolgersi a un pubblico italiano ma ha una quota rilevante di follower in Paesi non coerenti con lingua e contenuti — o concentrati in aree note per le click-farm — merita verifiche ulteriori.

Se nell’elenco dei follower di un influencer appaiono un numero “anomalo” di vietnamiti, thailandesi, indonesiani, pakistani o di altri Paesi improbabili rispetto al tipo di contenuti proposti, molto probabilmente si tratta di follower acquistati in qualche box-farm. Normalmente le pagine di questi follower fantasma sono vuote, senza alcun post pubblicato.

Non affidarsi mai a un solo indicatore

Sul piano operativo si possono utilizzare strumenti esterni di controllo. Oltre ai già citati HypeAuditor e Modash, servizi come Social Blade consentono di monitorare nel tempo follower e visualizzazioni, mentre piattaforme enterprise come Upfluence o GRIN combinano discovery, scoring qualitativo dell’audience e detection di comportamenti anomali.

Accanto a questi strumenti automatici resta fondamentale l’analisi umana. Guardare la coerenza editoriale, la frequenza di pubblicazione, la varietà dei format e il rapporto reale con la community, aiuta a capire se dietro ai numeri c’è una base autentica.

Anche confrontare le performance organiche con quelle dei post sponsorizzati è utile: scostamenti estremi possono indicare che il pubblico “reale” è molto più piccolo di quanto appaia.

La best practice è comunque non affidarsi mai a un solo indicatore. La combinazione di audit quantitativo, analisi storica, studio dell’audience e valutazione qualitativa dei contenuti permette di individuare la maggior parte dei casi di numeri gonfiati.

Sempre più aziende, inoltre, inseriscono nei contratti clausole di trasparenza e diritto di verifica dei dati analytics forniti direttamente dai creator, trasformando il controllo delle metriche in una parte strutturale della governance delle campagne di influencer marketing.

Ultimo ma non meno importante indicatore è la verifica dei risultati per cui abbiamo pagato una particolare campagna a un determinato creator. È evidente che se a fronte di centinaia di migliaia di follower e post o filmati con milioni di visualizzazioni, gli utenti che approdano poi al nostro sito o che si iscrivono alla nostra newsletter o che comunque in qualche modo interagiscono con i nostri strumenti, sono solo poche decine, c’è qualcosa che non va.

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