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icona tendenze La creazione del valore nella distribuzione edile


Presentata dal Gruppo Made, nella due giorni del Made Day, l’”Anteprima Bilanci 2016”, la seconda edizione di un’analisi ampia e particolareggiata dei bilanci di un significativo panel di rivendite edili.

Già dalla prima edizione, l’obiettivo di Gruppo Made è stato quello d’individuare quelle aziende che sono riuscite a creare valore, ricercando gli elementi di successo comuni che possano in qualche modo essere da benchmark per i soggetti della fi­liera.

Introdotta da Claudio Troni, direttore marketing del Gruppo Made, la ricerca ha esaminato le dinamiche economico-finanziarie di circa 1.400 imprese della distribuzione edile nel periodo 2016/2017. Protagonista il concetto di valore, fornendone la misura con l’utilizzo dell’EVA ( Economic Value Added), ma anche le dinamiche temporali e le azioni delle imprese tese a generare un valore positivo.

L’analisi dei bilanci 2016 presenta ancora un andamento negativo, tuttavia il peggio sembra essere passato e s’intravedono i primi segnali di ripresa. In termini di volumi di vendita il 2016 ha chiuso con un +1,2% rispetto al 2015 che, a sua volta aveva chiuso con uno 0,9%.

” E’ una ricerca per testare e valutare la creazione del valore nell’ambito della rivendita edile – ha commentato Claudio Troni, aprendo i lavori -. E, ancora, per mettere a fuoco un mercato che crediamo di conoscere, ma non conosciamo, né nei contorni né nelle dimensioni. Ogni operatore ha una propria mappa perché non sappiamo esattamente quanti siamo e che valore produciamo. Questa analisi, essendo qualitativa e non dimensionale, non risolve il problema, ma ci aiuta a capire la realtà, tendenze, i cluster e le eccellenze”.

L’interessante analisi è stata realizzata da Fabio Ciaponi, Docente di Analisi di Bilancio dell’Università degli Studi dell’Aquila, e parte dal 2007, anno pre-crisi, e ripercorre il periodo di recessione (un decennio!!) che sembra essere finalmente terminato.

Rispetto al 2007 lo scenario è completamente cambiato e le aziende sono molto diverse. Hanno modificato completamente le dinamiche e, in modo più o meno cosciente, si sono riorganizzate per sopravvivere in un mondo completamente diverso.

La crisi e la riorganizzazione

Sono circa 13.390 i bilanci analizzati nel corso di 10 anni e oltre 4 milioni le variabili. Distribuito in maniera piuttosto omogenea sul territorio, il campione analizzato è stato diviso in 4 fasce di fatturato:

  • sotto 1 milione di euro
  • tra 1 e 2,5 milioni di euro
  • tra 2,5 e 5 milioni di euro
  • oltre i 5 milioni di euro

Da sottolineare che se nel 2007 il 24% delle rivendite erano sopra i 5 milioni di euro di fatturato e che, 10 anni, solo al 14%. Al contrario, quelle che sono al di sotto di 1 milione di euro di fatturato sono passate dal 18 al 28% del totale.

La ricerca indaga quali sono le aree di gestione delle aziende, di cui il punto di partenza sono gli investimenti e i redditi che quegli investimenti producono e, se questi ultimi, sono, per l’appunto, adeguati nella creazione del valore.

Due tracolli, nel 2009 e nel 2012, hanno segnato in modo tremendo la situazione del settore edile. Come hanno reagito le aziende della distribuzione in termini di capacità reddituale a questa perdita di fatturato?

Nel 2007 85 aziende su 100 chiudevano il loro conto economico con un segno + (anche se ciò non significa che vada tutto bene). Nel 2012 abbiamo toccato il minimo con 69 aziende su 100. Qui emerge il primo dato interessante: la ripresa del fatturato l’abbiamo registrata dal 2016, ma già nel 2012 le aziende hanno cominciato a cambiare pelle e si cominciano ad avvertire i primi segnali di riorganizzazione che hanno consentito di far crescere nuovamente i volumi.

Tuttavia, anche in tempi di pre crisi, il settore non era in salute. Nel 2007 meno della metà delle aziende riusciva a realizzare utili in grado di remunerare gli investimenti fatti. Nel 2007 meno di un’azienda su due riusciva a creare valore e, con l’arrivo della crisi, la percentuale di aziende capaci di creare valore ha toccato il punto più basso nel 2011 (27%).

A fronte di questi dati potrebbe sorgere spontaneo un “retropensiero” circa quello che nel bilancio “non c’è”. Tuttavia, l’analisi dei dati, fa supporre che quest’ambito non sia così determinante da poter ribaltare lo stato dei fatti. Certamente il settore edile, in Italia, sconta ancora una certa arretratezza, rispetto ad altre realtà straniere, come la Francia, che con esempi del calibro di Point P dimostra tutta la sua modernità in tema di organizzazione, da tutti i unti di vista.

Tornando ai numeri, dall’analisi non emerge una classificazione dimensionale, anzi, la dimensione non è un fattore che aiuta a spiegare chi va bene e chi va male. Così come non ci sono driver di carattere regionale, anzi regioni come la Sardegna consentono marginalità più elevate e, da alcuni segnali, si evince che il sud Italia ha una capacità reddituale migliore.

Le rivendite e la (non) creazione del valore

Nel 2016, il rendimento di una rivendita, che si è attestato sotto il 5,2%, non soddisfa l’aspettativa. Nel 2016 la resa media è stata del 4%, quindi le rivendite non hanno creato, ma distrutto valore.

Innanzitutto la redditività. Nel 2007 era intorno al 4,1%, mentre nel 2016 siamo al 2,9%, una veloce discesa e una progressiva e tendenziale stabilizzazione della redditività. Da che cosa è dipeso questo calo? Perché le aziende non sono riuscite a difendere la propria redditività? Il calo delle vendite può essere solo una parziale motivazione, combinata da tutta una serie di costi strutturali, fissi, che, evidentemente le imprese non sono riuscite a manovrare sufficientemente.

In questo senso la piccola dimensione non ha aiutato la flessibilità di questo fattore produttivo. La perdita di redditività di queste aziende è stata fondamentalmente dettata dall’impossibilità di reagire, ad una perdita di fatturato, con una riduzione di costi. Chi poteva ridurre ha ridotto.

Due le voci di costo fisso: personale e servizi. Da segnalare che quest’ultima è la voce che più è stata ridimensionata.

Può aver inciso anche l’abbassamento dei prezzi dei prodotti? In realtà la ricerca ha tenuto conto e deflazionato i fatturati al 2007, così come le differenze di prezzo. Tuttavia va sottolineato che in alcuni anni, come il 2009  e il 2012, si è avuta deflazione negativa.

Un vantaggio che, nella realtà dei fatti, ha consentito alla rivendite un maggiore margine acquisito grazie, probabilmente, ad una progressiva mutazione dell’assortimento con l’aumento della vendita di merceologie decisamente più performanti dal punto di vista della marginalità. Una marginalità che, al contrario, è rimasta sostanzialmente invariata per i produttori.

Ammortamenti e investimenti ancora lontani dal 2007

Una altro aspetto legato al recupero del reddito è determinato dal cambiamento delle politiche contabili, con processi di ammortamento che sono rallentati in maniera significativa. Nel 2007 si ammortizzava il 17% mentre nel 2016 l’11% e, chiaramente, se questo indicatore fosse rimasto stabile saremmo di fronte ad una ripresa un po’ più sana.

Blocco sostanziale degli investimenti. Nel 2008 il tasso d’investimento era pari al 20% delle immobilizzazioni, dal 2009 siamo scesi sotto al 10%. Dal 2013 ci sono piccoli segnali di ripresa, ma siamo ancora molto lontani dalla partenza. E dove troviamo gli investimenti? Fondamentalmente nel capitale circolante: crediti, scorte, oltre ai fornitori che contribuiscono in modo sostanziale con dilazioni di pagamento, lunghe ma in via di miglioramento (da 131 a 120 giorni).

Le scorte rimangono in media 3 mesi. Per una rivendita non sono un investimento che può variare in ragione del fatturato, dato che c’è uno stock che è incomprimibile. Nel 2007 lo stock rimaneva in media 70 giorni, e oggi, che si fattura di meno, lo stesso stock rimane in media 99 giorni e fa parte del capitale fisso delle aziende.

Il rapporto di indebitamento è migliorato e le aziende sono più patrimonializzate. Perchè? Perché fatturano meno, anticipano meno, prendono meno soldi dalle banche e l’effetto ottico è la patrimonializzazione anche se, in realtà, il patrimonio rimane lo stesso, anzi, in molti casi è diminuito.

Le eccellenti

L’ultima parte della ricerca è stata successivamente dedicata al confronto dei dati generali con le “eccellenze”, ovvero, quelle rivendite che, nonostante la crisi, sono riuscite a creare valore.

Intanto prescindono dalle dimensioni e, anche se è sceso, anche per loro, il rendimento degli investimenti, il loro valore è rimasto stabile, poiché  è diminuito, nella stessa proporzione, il costo del capitale: lo spread è rimasto invariato.

Dove sono state più brave? In generale nell’organizzazione che si è concretizzata, per esempio, nella gestione del costo del personale, sotto 2 punti percentuali della media. Marginano di più? No, hanno più o meno la stessa marginalità, ma si può tranquillamente affermare che chi va meglio gestisce meglio gli investimenti.

Cosa significa gestire meglio gli investimenti? Impiegare meno capitale (capannone e capitale circolante), incassando prima i crediti, concedendo meno dilazioni e gestendo meglio le scorte. Inoltre, chi va meglio e paga bene, quando si siede con i fornitori riesce ad ottenere condizioni migliori rispetto ad altri.

E, ancora, chi va bene ha tassi d’investimento maggiori e questo può essere un dato importante che denota un certo grado di dinamismo negli investimenti che, fatalmente, producono risultati.

Nella gallery le slide con i numeri della ricerca