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L’editoriale. Siamo o non siamo disruptive?


Appena rientrata su suolo italico, dopo la trasferta svedese del DIY Global Summit, tiro le somme sull’evento più internazionale del nostro settore e, nel frattempo faccio un bilancio di questo primo periodo del 2016, per quanto riguarda il nostro mercato nazionale.

In occasione della kermesse di Stoccolma, EDRA ha fornito i dati delle vendite del primo trimestre dell’anno e, la situazione italiana, rispecchia ciò che si dice, più in generale, sulla sua economia: la crescita c’è ma è contenuta. E, in effetti, quel 2% che la piazza al 7° posto è ben poca cosa rispetto al 12,9% di vendite registrate in Austria, all’11% dell’Irlanda e all’8% della Spagna; tuttavia è sempre meglio dell’1,9 della Francia e del -1,5% della Germania (non sono stati forniti i dati di UK).

Qualcosa si muove, è vero, ma, soprattutto sembrerebbe esserci una grande disparità. E se alcuni operatori della distribuzione hanno dichiarato crescite a due cifre, in questa prima parte dell’anno, è altrettanto vero che altri devono essere rimasti al palo, anzi, continuano a perdere. Oppure, la disparita tra un negozio che rende e uno che invece perde si fa sempre più sentire (magari appartengono anche alla stessa insegna); oppure tutte e due le cose.

Altrimenti questo “magro” 2% non si spiegherebbe. In ogni caso, al di là dei numeri che, si sa, nel nostro mercato sono sempre difficili da recuperare e, quindi, da valutare, ciò che è altrettanto evidente è che la ripresa si sta delineando solo per coloro che hanno avuto la prontezza e lo slancio di non farsi scoraggiare dalla diminuzione del fatturato, ma hanno continuato ad investire nel loro lavoro (non solo a tagliare i costi).

La parola d’ordine anche in questo summit è stata “Disruptive”. Termine che, aa poco più di un anno è diventata, anche in Italia, la parola che è necessario e indispensabile includere in qualsiasi convegno che abbia per protagonista il commercio. Un esempio, di qualche ora fa, il prossimo Consumer &Retail Summit de Il Sole 24Ore che, per l’appunto, si chiama “ Disruptive Innovation”.

La definizione che ne dà il vocabolario Collins, però, non è proprio edificante:
disruptive
[dɪsˈrʌptɪv] adj (pupil) indisciplinato[-a] ; (influence) negativo[-a] , deleterio[-a] ; (strike action) paralizzante

Per fortuna, non è questo il senso dato dall’appuntamento annuale, di Edra e fedyma, quanto piuttosto quello di un cambiamento “dirompente”, al quale non è possibile sottrarsi. Vero, il web sta cambiando i paradigmi del commercio moderno, bisogna osservarne lo sviluppo e cavalcarne la spinta innovativa….eppure…

Eppure, andando con il pensiero agli interventi più interessanti – su tutti quello di Véronique Laury chief executive officer (CEO) di Kingfisher, nella sua complessa semplicità – alla fine le ricette mi sono sembrate piuttosto semplici e neanche tanto nuove:

  • offerta chiara e definita, data da una scelta di posizionamento altrettanto chiara e definita;
  • il cliente è re (ma come, non lo è mai stato?) e quindi è doveroso ascoltarlo, risolverne problematiche, esigenze e desideri;
  • servizio accurato. Puoi offrirne anche pochi, ma che funzionino perfettamente, perché è lì che ti giochi la partita vera.

A me sembra che l’unico elemento davvero cambiato sia la circolazione delle informazioni e, in questo, il web ha mostrato tutta la sua forza “disruptive”. Oggi, più che mai, ci vuole un attimo per incrinare la reputazione di qualsiasi iniziativa commerciale e molto tempo e molti sforzi per riconquistare le posizioni perdute.

 

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